2 Novembre 2019 | Commemorazione dei defunti

L’interesse per la malattia e la morte è sempre e soltanto un’altra espressione dell’interesse per la vita.
(Thomas Mann)

Il bisogno di onorare e ricordare i morti è antico come l’uomo.

“Fin dalla sua comparsa, la fotografia è stata associata all’idea della morte. La possibilità di riprodurre e tramandare istanti che, di fatto, già un attimo dopo lo scatto non esistono più, è stata considerata come un tentavo magico onnipotente di sconfiggere il senso della morte.”
(L’esuberanza dell’ombra. Carlo Riggi)

Il temine stesso imago trova il suo significato in maschera funebre e proprio la fotografia iniziò a svolgere il ruolo di imago, per tramandare il ricordo dei defunti ai propri cari.

Si teorizza che già l’Homo Sapiens spinto da un sentimento di pietà verso i propri defunti, e volendoli mantenere in vita cominciò a rappresentarli attraverso maschere o disegni, dando così vita all’Arte.

“… nell’epoca nostra la morte è divenuta l’innominabile. Ormai tutto avviene come se né io, né tu, né quelli che mi sono cari, fossimo più mortali.”
(Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri. Philippe Ariés)

Come viviamo e sentiamo il nostro destino di mortali?
Approfittiamo della Commemorazione dei Defunti per rivolgere questo complesso interrogativo a tutti noi, cogliendo un suggerimento di riflessione nel lavoro fotografico di Joel-Peter Witkin.

JOEL-PETER WITKIN (1939-IN VITA)

Joel-Peter Witkin, grande fotografo newyorkese, fonda la propria ricerca fotografica su un’unica fondamentale questione: la transitorietà della vita e la vulnerabilità del corpo.
La morte e la sua rappresentazione sono un’ossessione scaturita anche delle spaventose immagini che hanno continuamente attraversato la sua vita. All’età di sette anni assistette ad un incidente, che segnò per sempre la sua visione di vita/morte, corpo/spirito:

“Successe di domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa e mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso per parlarle, ma prima che potessi toccarla qualcuno mi aveva già portato via”.

Oltre a questo le successive esperienze come fotografo di guerra lo hanno esposto alla visione e al contatto continuo con i cadaveri.

Nelle sue immagini mette in scena delle rappresentazioni destabilizzanti e spesso raccapriccianti, dove convivono corpi vivi e corpi morti, o parti di essi, come a ricordare continuamente all’uomo il suo destino mortale e l’imperfezione terrena.

Le immagini di Witkin, caratterizzate da una forte componente mistica, si nutrono di sacralità profanate dove l’ideale tensione verso la Salvezza si scontra con l’umana discesa terrena verso la Perdizione. L’interiorità dell’artista è profondamente influenzata dall’educazione religiosa di un padre ebreo e di una madre cattolica. Nell’opera Queer Saint troviamo per l’appunto un netto rimando del martirio di San Sebastiano.

Attraverso il mezzo fotografico cerca e trova il sublime nell’orrore e in una sorta di atto catartico, di cui solo l’Arte è capace, cerca di liberarsi e liberarci dal terrore della morte e della diversità.

Ed ecco allora che la spettacolarizzazione del corpo diviene celebrazione della vita.

Testi consigliati:
L’esuberanza dell’ombra, Carlo Riggi, Le Nuvole editore, Unilibro.it

Tags: